Novità nelle sezioni "testi" e "seminari"

SEMINARI  

I seminari si tengono ogni quindici giorni, la partecipazione è gratuita.
Possono partecipare psicologi, psichiatri, studenti di psicologia e scienze affini.
Saranno via via aggiunte le elaborazioni prodotte dai partecipanti al seminario.

Per contatti: Dr.ssa Milena Albani, Genova Centro, cell. 3474441083

                                Carlo Troiano cell. 3338725454       

 

Email: info@psicoanalisilacan.it

Anno 2017-2018

J.Lacan: Il Seminario Libro III, le psicosi

M.Albani

Genova Centro – primo lunedì del mese– h.20,30 a partire da ottobre

Per informazioni: 3474441083 – milena.albani@libero.it

 

 

Anno 2016-2017


J.Lacan: L'io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi

M.Albani

Genova Centro – lunedì, ogni 15 gg. – h.20,30 a partire da ottobre

Per informazioni: 3474441083 – milena.albani@libero.it

 

Anno 2015-2016


ogni primo lunedì del mese, dal 14/09/2015 alle 20.30

Ogni secondo, terzo e quarto lunedì del mese lettura del seminario V
Le formazioni dell’inconscio
dalle 20.30




Anno 2014-2015
lettura del seminario XX, “Ancora”

ogni primo lunedì del mese, dal 3/11/2014 alle 20.30

Ogni secondo, terzo e quarto lunedì del mese lettura del seminario V
Le formazioni dell’inconscio
dalle 20.30

 

Anno 2013-2014

 

Anno 2012-2013
Lettura del seminario di J. Lacan libro XXIII
Il sinthomo


(Da Giovedì 4 Ottobre h 18.15)

 

Anno 2011-2012

Il Soggetto e l’Altro. Cosa può dire la psicoanalisi
sulla capacità di intendere e di volere

(da Mercoledì 5 Ottobre h. 19.00)

 

Lezione 4

 

La perizia sulla capacità di intendere e di volere III

 

È facile fare la critica a ciò che gli altri avanzano nel loro modo di prendere le cose; dobbiamo anche cimentarci con qualcosa di più, che ci consenta di formulare qualche idea maestra su cosa si debba invece intendere per capacità/incapacità di intendere e per capacità/incapacità di volere.

Perché diciamo che l’uomo del primo caso, quello della faccia di Cristo artigliata dal polpo d’acciaio, non era – innanzitutto – capace d’intendere? Abbiamo tutti una risposta sulla punta della lingua: perché quello che dice non corrisponde alla realtà. Bene, è precisamente la risposta che non conviene dare; infatti, se lo facessimo, ci troveremmo immediatamente in un ginepraio, dato che dovremmo allora dire che cos’è la realtà, il che è tutt’altro che agevole. Perché la realtà non è una, perché le persone pensano e credono cose diverse riguardo alla realtà e perché la stessa persona può pensare cose diverse della stessa realtà in momenti o contesti diversi. Dovremmo poter dire in modo univoco cosa sia la realtà. La scienza cerca di farlo, ma nessun scienziato con le rotelle a posto si sognerebbe di dire che ciò che descrive la scienza sia, tout court, la realtà. Si limiterebbe saggiamente ad affermare che la scienza fornisce descrizioni della realtà più affidabili, più obiettive, più verificabili; non sarebbe così ingenuo da credere d’aver colto il vero. Ma, c’è di peggio: quante sarebbero le persone capaci d’intendere e di volere se dovessimo limitare il loro numero a coloro che forniscono descrizioni della realtà scientifiche?

Sotto casa mia, c’è quasi sempre un tavolino con due seggioline; lì una signora, provvista di mazzo di carte, non è mai priva di lavoro. L’altra seggiolina è quasi sempre occupata da una cliente, desiderosa di conoscere cosa gli accadrà in futuro, cioè ciò che la signora provvista di mazzo di carte è perfettamente in grado di dirle. Nessuno di noi pensa che l’una e l’altra siano incapaci di intendere e di volere, nonostante quel che fanno abbia ben poco da spartire con la realtà. Perché? Perché quello che fanno è, nella nostra cultura, in qualche modo condiviso; non da tutti, non senza critiche, lazzi e burle, ma nella nostra cultura c’è un’area che può essere occupata “legittimamente” dalla cartomanzia; ciò a stretto contatto con l’altra area, quella della scienza, senza che questo provochi, normalmente, alcuna scintilla.

Allora, mi pare più proponibile l’idea che ciò che governa il giudizio di capacità di intendere sia la condivisibilità dell’interpretazione proposta della realtà, non la corrispondenza fra interpretazione e realtà medesima. Questo potrà aiutarci di più.

Nel 1935, Heinrich Himmler fondò la Forschungsgemeinschaft Deutsches Ahnenerbe, “Fondazione per la ricerca sull’eredità ancestrale tedesca”, che più tardi entrò a far parte dell’organizzazione delle SS. Non bisogna pensare che si trattasse di una cosa da poco; l’organizzazione contava decine di dipartimenti, dedicati ciascuno a un diverso ramo dello scibile, botanica, astronomia, antropologia, archeologia, ecc. Lo scopo era quello di creare un fondamento scientifico alla concezione dell’Idealtypus, in altre parole della razza ariana, delle sue origini e della sua storia e cultura. Furono organizzate spedizioni di ricerca antropologica e archeologica in tutto il mondo, dal Tibet al Sudamerica, del costo di centinaia di migliaia di marchi. Per il viaggio in Tibet, la spedizione si imbarcò a Genova, nel 1938.

Perché parlo di questo? Perché la teoria sottostante a questo enorme sforzo di ricerca era che a seguito della distruzione di Atlantide (!), un gruppo di saggi e superiori sopravvissuti dell’originaria super-razza si sparse per tutto il mondo, lasciando segni dell’antica ineguagliabile cultura nelle altre civiltà. Atlantide! Addirittura. Non solo, ma cercavano anche il Graal, tra l’altro. Oggi, noi definiamo deliranti queste idee, ma allora nessuno di coloro che ideò, partecipò, sviluppò e credette tutto questo veniva certo giudicato incapace d’intendere; ci fu un processo storico, il processo di Norimberga, dove furono anche pronunciate condanne a morte; e non sarebbe stata quella la sede di far valere una eventuale incapacità di intendere (o di volere)? A nessuno venne neanche lontanamente in mente l’idea che i gerarchi nazisti non fossero processabili perché incapaci di intendere e di volere, anche se si erano messi alla ricerca del Graal per mezzo dell’organizzazione di Himmler.

È per queste ragioni che credo che il concetto di condivisione sia migliore di quello che pretenderebbe di confrontare un’affermazione con la realtà. Negli anni ’30, in Germania, era normale credere cose del genere, parlarne e spendere un sacco di soldi per rintracciarne le prove storiche, archeologiche e scientifiche;  per noi, l’omino che vede una faccia di Cristo artigliata da un polpo d’acciaio è incapace di intendere (la realtà) perché non possiamo condividere quello che pensa/vede. Per farlo, per identificarci con lui, dovremmo credere – ad esempio – che qualcosa di magico è in funzione, che qualcuno possa realizzare un’immagine come quella, cioè un Cristo con la sua faccia, che quell’immagine sia stata prodotta da una volontà persecutoria che lo minaccia e quindi dovremmo accedere a un mondo di demoni e di sortilegi che non ha posto nella nostra cultura se non come trama di film fantastici o del genere horror. Se un altro omino va a chiedere che un mazzo di carte gli racconti cosa accadrà domani, invece è normale; perché tutte le mattine, quando accendiamo la televisione per sentire il telegiornale, ci troviamo invece l’oroscopo; e quindi quello è un mondo che ha per noi diritto di cittadinanza, anche per coloro che non si sognano neppure di crederci. In altre parole, vi sono organizzazioni di significati che sono percepite come facenti parte della cultura e quindi chi le pensa è ritenuto “normale”; chi non è ritenuto normale è il soggetto che pensa cose bizzarre non perché non corrispondenti al vero, ma perché collocate fuori dal “normale pensare”.

È tutto qui? Noi ci riferiamo alla capacità d’intendere come qualcosa che riguarda semplicemente la condivisibilità di ciò che una certa interpretazione della “realtà” esprime? Ciò che differenzia l’omino del polpo d’acciaio e l’omino che si siede dalla cartomante per conoscere il proprio futuro è forse solo il fatto che l’uno si muove su un piano astruso non condiviso e l’altro su un piano, non meno astruso, ma facente parte del nostro quotidiano modo d’intendere il mondo?

Non mi pare che sia così. I due si differenziano anche per la misura, diciamo così, in cui credono in ciò che pensano. L’omino del polpo d’acciaio è talmente convinto di ciò che dice che chiama in causa le forze di polizia, si scontra con loro, affronta un processo e va in carcere; cosa bisogna dire di più per mostrare quanto sia stato impossibile, per lui, lasciar perdere, transigere. Sappiamo bene, invece, che se non tutti almeno la maggior parte degli omini che si siedono dalla cartomante dopo un minuto non si ricordano neanche più di ciò che è stato loro pronosticato; se, ad esempio, fosse stato loro detto che vinceranno dieci milioni di euro la prossima settimana, andranno tutti a lavorare lo stesso e nessuno penserà davvero di poterne fare a meno perché sarà ricco nel giro di pochi giorni. Se qualcuno ci credesse sul serio e, per ciò, si licenziasse dal lavoro, cominceremmo a dubitare che sia capace d’intendere e di volere…..

Questo significa che chi va dalla cartomante a farsi predire il futuro lo fa in un certo modo, colloca l’“oracolo” in una dimensione di fantasia, interpreta la predizione di una vincita in senso lato, ad esempio, immaginando che possa significare dell’altro, magari che sarà – genericamente – fortunato, e non comprerà neppure il biglietto della lotteria. Cioè, ciò che gli viene detto provenendo dall’aldilà sarà inteso in modo non vincolante, perché non sussiste – per questi omini – la supposizione di un rendez-vous totale fra simbolico e reale; se ci fosse, la predizione, essendo supposta provenire dall’Altro, un Altro infallibile (non barrato), rappresenterebbe la descrizione precisa dell’avvenire e non vi sarebbe alcun margine di manovra, come nel delirio. È quello che è accaduto, invece, all’omino del polpo d’acciaio.

Allo stesso modo, nessuno ha pensato che gli imputati di Norimberga credessero alla realtà della loro ricostruzione pseudo-storico-scientifica dell’origine della razza germanica. Probabilmente, la valutazione generale, magari non esplicitata, ma operante, fu che si trattasse di comode produzioni propagandistiche e nient’altro; (magari no, magari qualcuno credeva, e allora andrebbe preso come qualcuno il cui delirio si era armonizzato con la cultura dominante).

Ecco che, quindi, la valutazione della capacità d’intendere di qualcuno verte innanzitutto sul fatto che egli produca pensieri improntati a una visione condivisa del mondo, e non qualcosa di astruso o bizzarro; quando qualcosa di strano appare, però, è importante domandarsi se egli vi creda, nel senso delirante, o no, cioè se possa – accanto a quella interpretazione del mondo – pensarne altre e non cascare del tutto dentro a qualcosa.

 

A questo punto, direi che gli elementi fondamentali per la cosiddetta “capacità d’intendere” sono stati nominati.

Ma c’è qualcosa che può ancora sfuggirci: se qualcuno fornisce interpretazioni plausibili dell’esperienza, è tout court capace d’intendere? Non succede forse che ci sorga il dubbio sulle “facoltà mentali” di qualcuno solo quando egli inizia a dire stranezze?

Questo è un problema, perché sono convinto che si possa delirare senza che si veda, cioè dicendo cose assolutamente plausibili. Il delirio che c’è in queste cose assolutamente plausibili può allora poi manifestarsi se succede qualcosa, altrimenti può rimanere fuori vista anche per sempre.

 

 

 

 

La perizia sulla capacità di intendere e di volere II

 

Può essere che ci troviamo ad esaminare il caso di qualcuno che abbia commesso, o tentato di commettere, un delitto per ragioni che possiamo rubricare sotto la categoria del delitto per gelosia, e che abbia pertanto diretto il proprio intento di offendere nella direzione di un rivale.

Possiamo pertanto attingere a un contenuto di pensiero, immaginabile, che riguarda la volontà di non perdere la persona oggetto dei propri interessi, l’individuazione di qualcuno che rappresenta una minaccia in tal senso (il rivale), il venirsi a determinare – in una maniera da definire – dell’intento soppressivo nei confronti di costui. Se non partiamo da un’ideazione in qualche modo definita, comprensibile, sia pur ipotetica (e allora sarà lo sviluppo dell’analisi a sostenere o demolire l’ipotesi), non si vede come si possa poi argomentare sulla capacità di intendere e/o di volere.

Se esiste una persona bramata, se esiste qualcuno che ha compiuto o compie attività di avvicinamento verso tale persona al fine di guadagnarne i favori, l’atto delittuoso ha una sua logica precisa che concerne la capacità di collocare correttamente nell’ordine della realtà, cioè dell’immaginario, la posizione dei soggetti, i loro intenti, il rischio che si corre di perdere l’oggetto d’amore, e quindi l’azione delittuosa finalizzata al controllo, che è si un controllo deviante, ma è logicamente provvisto di senso, degli eventi. In questo quadro, in linea di principio, non si vede perché si dovrebbe avanzare l’obiezione dell’incapacità di intendere, perché il quadro psichico è formulabile, esplicitabile e provvisto di consequenzialità.

Quando accada che il soggetto riferisca d’aver capito che il tale stava minacciando la propria relazione amorosa perché tutti i giorni, alle sei del mattino, poneva sul balcone la gabbia dei canarini i quali, iniziando a cantare alla luce del giorno, costituivano un segnale per la propria consorte, bisogna cominciare a porsi qualche domanda. Possiamo ad esempio domandarci se c’è dell’altro che possa collocare realmente il tale come attivo rivale in amore, oppure solo i canarini; dovremo comunque esaminare un contesto di fatti e circostanze, ma se giungiamo alla conclusione che l’azione dalla quale il reo si difende è quella della gabbia dei canarini, non potremo sottrarci all’idea che da qualche parte un delirio sia in funzione, un delirio di gelosia che porta il soggetto a interpretare l’esperienza della vita, con tutte le piccole casualità dell’accadere quotidiano, come provvista di significato e di un particolare significato, concernente proprio ciò costituisce la sua organizzazione delirante; il fatto che qualcuno ponga una gabbia d’uccellini sul balcone di fronte è fondamentalmente privo di significato per lui; l’idea che la ponga per fare segnalazioni amorose costituisce l’annessione del particolare casuale da parte del delirio; solo attraverso tale anschluss il particolare acquista un senso per il soggetto. Ora, questo modo di funzionare, che è caratteristico del delirio, non certo solo quello amoroso, è un modo di perdere la capacità d’intendere; perché l’interpretazione dell’esperienza è colta da una posizione che fondamentalmente e radicalmente mette una cosa al posto di un’altra.

Si vede qui che le cose acquistano una loro comprensibilità se vengono svolte alcune considerazioni sulla (supposta) catena ideativa che sostiene il delitto; senza di essa, non si vede come e su cosa si argomenti in merito alla valutazione della capacità di intendere e di volere. Quando, ad esempio, si vede argomentare in una perizia che il tale non era capace d’intendere e di volere perché l’eccesso di emozione che accompagnava la sua gelosia lo aveva in ciò vulnerato, non si comprende l’argomento; se l’azione delittuosa è stata commessa nei confronti di un reale rivale in amore, (proseguo sulla linea del delitto per gelosia), si potrebbe addirittura argomentare il contrario: nonostante l’eccesso di affetto in atto, l’eccesso di emozione, egli è stato ben capace di dirigere la propria aggressività, propriamente, contro l’appropriato oggetto; pertanto è ben capace di intendere e di volere. L’argomento dell’eccesso di emozione è privo di senso e di valore, dal punto di vista della perizia. Esso è un tipico argomento di stampo medicale, laddove si vorrebbe immaginare un medio in cui starebbe la virtus del ben funzionare fisiologico; mentre un qualche eccesso, di pressione, di alcool, o di emozione, porterebbe il corpo in un regime patologico di funzionamento. Ma non di è questo che si tratta; si tratta invece di capire cosa e come qualcuno ha pensato, e quindi non bastano considerazioni pseudo-quantitative. Che, oltretutto, quantitative non sono, perché dov’è la misura dell’emozione e di quanta emozione è normale e quanta è patologica? E anche se ce ne fosse parecchia di emozione, in che modo ha determinato l’asserita incapacità? Attraverso quale effetto sulla catena ideativa?

Ciò vale, naturalmente, anche per la depressione; non è un argomento il fatto che qualcuno – essendo depresso – era in capace di intendere (o di volere); anche per una depressione patologica; per una depressione psicotica (se ammettiamo la depressione come categoria nosografica), è anche possibile che si sia verificata una qualche incapacità, ma perché – se vi è psicosi – è probabile che da qualche parte qualcosa abbia fallito nella capacità di interpretare o nella capacità di volere, non perché vi era depressione. La disforia, di per sé, non è un motivo adducibile di incapacità di intendere o di volere, a meno che non si mostri dove e come tale incapacità si sia estrinsecata.

Si può portare un esempio tratto da un testo sulla perizia appunto, un po’ modificato perché – come sempre – ci interessano gli aspetti teorici della questione, non fare la critica a qualcuno. Si tratta di una madre che, dopo aver ucciso uno dei propri due bambini, stava procedendo a uccidere l’altro e non vi è riuscita solo per il fortuito intervento di una terza persona, che l’ha fermata.

Le conclusioni della perizia indicano una totale incapacità di intendere e di volere, dovuta a infermità mentale; tale infermità è definita come “stato di depressione”. Viene evocato dalla letteratura il concetto di “suicidio allargato”, per spiegare l’insano gesto delittuoso, consistente nel fatto che qualcuno sopprime persone amate per non lasciarle vivere nella condizione di solitudine e abbandono conseguente al proprio suicidio; tale comportamento è stato riferito da diversi Autori alla melanconia.

Si potrebbero osservare molte cose, ad esempio il fatto che – stranamente – l’anamnesi riportata in perizia non mostra alcun elemento che riguardi una diagnosi di melanconia. Ma non è su questo piano che interessa esaminare il caso, perché ciò che viene a mancare – anche qui – pare essere la connessione fra i fatti, il delitto, e l’ideazione. Si apprende, invero, che il preciso momento del reato è descritto come segue: la donna stava lamentandosi con il marito, facendogli presente la propria sofferenza per il comportamento di lui, che aveva un’altra donna, quando egli si girò dall’altra parte e riprese a seguire la partita di calcio alla televisione, la sera. Dunque lei prese i bambini e uscì e commise il delitto. Appare stupefacente che le conclusioni processuali esprimano la ferma convinzione che quindi, in tutto ciò, nulla dell’ira fosse intervenuto. La donna avrebbe agito per sottrarre i bambini al loro triste destino e a nessuno venne in mente che il crimine avesse invece il chiaro intento di colpire nel modo più doloroso possibile l’insensibile marito, in un accesso d’ira non controllato. Al di là di questo, che è comunque opinabile, sorprende che non si sia preso in considerazione quale avrebbe potuto essere stato il corso dei pensieri della donna in quel momento, e in che cosa tale corso di pensieri sarebbe stato viziato e inficiato dall’infermità. Al contrario, si procede per categorie, affermando che c’è melanconia e che là dove c’è melanconia ci può essere suicidio allargato; che, inoltre, il suicidio allargato è significativo di patologica intenzione protettiva.

L’argomentazione che, intanto, la catena ideativa non si può conoscere, né tantomeno conoscerla scientificamente, come è di moda oggi, è un’argomentazione irrisoria, perché qualunque conclusione peritale, come quella esposta per esempio, suppone una catena di pensieri alla base del delitto; il fatto che la supponga implicitamente, non fa che peggiorare la situazione. Meglio, in ogni caso, formulare un’ipotesi esplicita. Allora, nel caso in esame, dovrei supporre che il pensiero sottostante al crimine, consapevole o inconsapevole, fosse una cosa del genere: “visto che mi suiciderò perché non voglio più vivere, almeno risparmierò la solitudine e l’abbandono ai miei bambini”. Considerato che il reato è stato commesso nella sequenza descritta, e cioè dopo che il marito si è disinteressato alle parole della moglie, non è logico immaginare un: “Ah! Non mi ascolti? Sei indifferente? Vedrai che ora riuscirò a smuoverti!”. Immaginare che la moglie si rivolga al marito esprimendo la propria sofferenza, lui si volti dall’altra parte disinteressandosene e lei pensi: “Visto che morirò, meglio che muoiano anche i miei bambini”, è comico, se non fosse tragico; in ogni caso è paradossale. Se anche accettassimo l’idea del suicidio allargato, mancherebbe un anello logico e, se mettessimo in sequenza le due catene ideative, cioè:

1)       “Ah! Non mi ascolti? Sei indifferente? Vedrai che ora riuscirò a smuoverti! Mi suciderò”

2)       “Visto che mi suiciderò, almeno risparmierò la solitudine e l’abbandono ai miei bambini”

tutto acquisterebbe nuova luce e comprensibilità. Ma, se così fosse, nulla resterebbe, ovviamente, della pretesa totale incapacità d’intendere e di volere e si tratterebbe di un ben preciso disegno di omicidio volontario, che avrebbe comportato ben altra pena.

Si vede, dunque, che laddove si eviti di interrogarsi su cosa abbia pensato il reo o – se vogliamo – da cosa il reo sia stato pensato, o qualora lo si supponga implicitamente, si creano degli effetti paradossali, che tutto hanno meno la capacità di spiegare il crimine.

 

Lezione 2

La perizia sulla capacità di intendere e di volere I

 

 

Leggendo numerose perizie sulla “capacità d’intendere e di volere” riguardanti diversi delitti compiuti in Italia negli ultimi anni, si resta colpiti dal divario che sussiste, in modo palese, fra la domanda posta dal magistrato e la risposta fornita dal perito.

La questione posta dal giudice è spesso precisa e concerne aspetti che ben si capiscono, in tutta evidenza; ad esempio:

 

       “Dica il perito:

1)     se ……… manifesti segni o sintomi psicopatologici ed in caso affermativo di che tipo e di quale gravità

2)     se sulla base dell’esame clinico effettuato, dalle risultanze delle indagini svolte e di tutti i dati disponibili, vi siano elementi indicativi della presenza di un disturbo psicopatologico al momento del reato, ricostruendone l’evoluzione cronologica e lo sviluppo fenomenico

3)     se tale disturbo sia idoneo a determinare ed abbia in effetti determinato un funzionamento psicopatologico del soggetto al momento del reato, tale da incidere sulla capacità di comprendere il significato del comportamento e/o di agire in conformità dello stesso (……..)

4)     se sussiste un rapporto di causa tra il funzionamento psicopatologico evidenziato e quel fatto reato, in modo che il primo possa essere qualificato come condizione necessaria del comportamento illecito

5)     se il disturbo psicopatologico persista al momento dell’indagine peritale e quale prognosi debba essere formulata relativamente alle possibilità ed alle necessità terapeutiche del caso, (………..)

6)     se ……….. debba essere allo stato considerato socialmente pericoloso o meno.”

 

Il quesito, ripreso da un recente caso, è stato solo leggermente modificato per renderlo il più possibile anonimo, dato che l’esame specifico dei casi non è ciò che ci si prefigge in questa sede, dove vengono invece priviliegiati gli aspetti generali e teorici; si vede come il magistrato chieda se è formulabile una diagnosi in campo psicopatologico, come primo punto. Cioè domanda se il soggetto sia affetto da una qualche forma di patologia psichica a prescindere dal fatto delittuoso. Infatti, la questione diagnostica si pone in generale e non solo in riferimento a un evento di rilevanza penale.

Il secondo punto del quesito è intelligente e importante; se anche si giunge alla formulazione di una diagnosi di significativa gravità, ad esempio una diagnosi implicante aspetti strutturali psicotici, non è affatto scontato che gli elementi invalidanti sulla capacità d’intendere e di volere tipici di una tale patologia fossero operanti al momento del reato. Si sa, ma nel caso lo si dimenticasse è bene ricordarlo, che gli psicotici, anche gravi, con fenomeni allucinatori o deliri conclamati strutturati, non sono sempre nel sintomo. Esistono porzioni più o meno ampie della loro esistenza, del loro tempo, in cui si comportano in maniera normale, paragonabile a quella dei soggetti “sani”, reagendo come altri reagirebbero e mostrando un’emotività non dissimile da quella degli altri. Questo in misura variabile, a seconda della pervasività del funzionamento patologico rispetto al resto. I soggetti psicotici possono farsi il caffè al mattino, dire “buongiorno”, ringraziare per una cortesia ricevuta o arrabbiarsi per un torto; non sono psicotici in ciò. Quando qualcosa, della loro esperienza quotidiana, li porta a contatto con regioni problematiche del loro funzionamento psichico, di colpo si apre una porta un po’ particolare – che per i soggetti non psicotici tende a non aprirsi mai o quasi mai - e da quel momento sono governati dal sintomo, in maniera e in misura patologica. Prendendo come esempio il soggetto che vedeva un Cristo con la sua faccia, la cui testa era artigliata da un polpo d’acciaio, possiamo senz’altro immaginare che egli, al mattino, si sia svegliato, si sia lavato la faccia, sia uscito, sia andato al bar a prendere un caffè e si sia poi recato al lavoro; o qualcosa di analogo. Se così non fosse, tutti coloro che delirano non potrebbero fare nulla nella vita e dovrebbero essere internati; non è così: molti, la maggioranza, vivono affrontando la quotidianità in maniera adeguata. Per costui, a un certo punto, l’immagine di un Crocifisso, o qualcosa del genere, ha aperto repentinamente un registro di funzionamento alieno e la struttura delirante latente ha preso aggancio con la percezione corrente dando luogo a un’interpretazione delirante del momento; il delirio ha fatto irruzione nella vita quotidiana ed è successo quello che è successo.

Quindi, non basta dire che sia determinabile una sindrome psicopatologica, anche grave, per affermare che vi sia stata in capacità d’intendere e di volere; è chiaro. Il funzionamento patologico era in atto, al momento del reato?

Il terzo elemento del quesito del magistrato è ancor più preciso, ma va comunque nella stessa direzione. Credo che sia chiaro che quello che è implicato, in questo terzo aspetto, è precisamente il meccanismo del fatto; il perito dovrebbe articolare attentamente la struttura psicopatologica eventuale e l’eventuale funzionamento sintomatico al momento del reato con l’azione delittuosa stessa. Sintomo e reato annodati, cioè, in modo esplicito e in modo che emerga l’eventuale implicazione per la capacità d’intendere e la capacità di volere. Con ciò si tratta anche del quarto punto. Il giudice chiede cose precise; pone, in effetti, le questioni peculiari sulla capacità d’intendere e di volere, le quali – per mancare – richiedono che qualcosa di anomalo sia entrato in gioco in modo descrivibile ed esplicitabile. Il quesito è chiaro, non lascia dubbi. Semmai, i dubbi vengono in merito ai concetti di capacità d’intendere e di capacità di volere; essi non sono certo facili da definire, non lo sono, definibili, in modo univoco e indubbiamente coinvolgono la teoria di riferimento del perito. Nessuno ci darà in pasto l’idea che esista un concetto oggettivo, o scientificamente determinabile, di capacità d’intendere e/o di volere.

In questo ambito permangono dubbi, ma non sul contenuto del quesito del magistrato.

Ora, ciò che si trova normalmente – non dico sempre – ma spesso e volentieri nelle risposte peritali non è assolutamente all’altezza di ciò che viene richiesto.

Facciamo un esempio, anche qui cambiando un po’ i termini per mantenere l’anonimato del caso. Ecco come si conclude una perizia recente:

X……. Y…… non decide secondo il raziocinio, ma seguendo gli schemi della sua psiche immatura. La sua volontà è legata alle sue modalità  di tipo paranoico e dipendenti.

Egli non è segnato da alcuna psicopatologia, ma la sua personalità immatura è tale da poter affermare che al momento reato, egli non fosse capace d’intendere e di volere.

 

Non si vede davvero in cosa consista l’incapacità, sia d’intendere sia di volere, del caso in questione. Non si vede come la problematicità personale abbia agito; in che cosa si riscontri che è venuta meno la capacità di intendere e di intendere che cosa. In che cosa sia mancata la capacità di volere e dove, nello svolgimento dei fatti, la volontà abbia fallito. Tutto ciò è assente; non basta affatto mettere in risalto alcuni elementi problematici del funzionamento psichico di qualcuno e poi saltare alla conclusione che quindi quel qualcuno è più o meno capace di intendere e/o di volere. Quel “quindi” salta le argomentazioni che sarebbe necessario fornire per mostrare perché e come si giunge a certe conclusioni. Eppure, come abbiamo visto, quando un magistrato pone un quesito, lo fa in maniera precisa e dettagliata e richiede proprio ciò che – in questi casi – va richiesto; cioè in che modo l’eventuale patologia abbia agito al momento del reato. In realtà, per rispondere correttamente, bisogna assumere tutt’altra prospettiva. Bisogna, innanzitutto, comprendere la catena ideativa che ha sostenuto l’azione delittuosa.

Questo è effettivamente il primo passo da compiere nell’affrontare la questione della capacità d’intendere e di volere di qualcuno; in che modo il fatto delittuoso ha costituito il passaggio all’atto con il quale si è conclusa una certa dinamica psichica? In cosa consisteva la tensione che ha portato al fatto?

Solo dopo che è stata formulata un’ipotesi sulla concatenazione di pensieri che stavano dietro al crimine, ci si può interrogare sulla tenuta logica del funzionamento psichico e formulare le valutazioni conseguenti.

 

 

Lezione 1

Capacità d’intendere e di volere

La vacillazione del significante

 

Un uomo sulla quarantina va via dal suo paese per andare a vendere oggetti nei mercati all’altro estremo d’Italia; va via perché – dice – riceveva vessazioni di tutti i generi e anche il sindaco del paese s’era messo a fargliene di tutti i colori; la moglie lo lascia e perde anche il buon posto di lavoro che aveva là.

Durante uno di questi mercatini, vede che un altro che sta vendendo oggetti come lui, espone un grande crocifisso; solo che il Cristo ha la sua faccia e sopra la testa reca un grosso polpo d’acciaio che la sta artigliando. Preoccupato da quella vista, chiama i Vigili Urbani, dicendo che è minacciato da quell’altro e chiedendo loro di accertarne le generalità. I Vigili gli chiedono perché e lui spiega della faccia uguale alla propria e del polpo; naturalmente, nasce un diverbio e alla fine i Vigili chiamano i Carabinieri, e ne deriva un parapiglia. Alla fine, l’uomo viene processato, condannato per resistenza a Pubblico Ufficiale e portato in galera.

Al colloquio psicologico Nuovi Giunti, “qualcuno” si accorge che delira, finalmente, e viene trasferito; ma non doveva neanche essere processato, perché totalmente incapace di intendere e di volere. Nessuno si è accorto che delirava ed è stato processato come un attaccabrighe con le Forze dell’Ordine.

Ha avuto a che fare con Vigili, Carabinieri, l’Avvocato, il PM, il Magistrato che l’ha condannato; nessuno si è accorto che delirava. Magari, si può dire che non è il loro mestiere, ma davanti a uno che parla di una faccia di Cristo uguale alla propria, artigliata da un polpo metallico, e quindi chiama i Vigili, ecc. ecc., qualche sospetto dovrebbe venire a chiunque…. Ebbene, non è venuto. Perché?

C’è un’evidenza che copre un’altra evidenza; c’è qualcosa che appare evidente a qualcuno: “Questo ci sta pigliando in giro…” e questa evidenza nasconde il fatto che è evidente che costui delira. Che cosa ha impedito di accorgersene?

Certamente, si è trattato di una situazione limite, ma – proprio per questo – è particolarmente utile per mettere in risalto qualcosa che altrimenti è difficile da mostrare. Sarebbe stato necessario che qualcuno cogliesse il fatto che quell’uomo non stava dicendo: ”So bene che lì non c’è niente del genere di quello che sto dicendo, ma – per qualche ragione a voi ignota – voglio insistere sul fatto che costui mi sta minacciando e voglio conoscere le sue generalità; quindi vi prendo per il naso raccontandovi storie demenziali”. Non stava facendo quello; stava dicendo: “Ho visto un Cristo con la mia faccia e un mostro d’acciaio che lo artiglia; mi ha preso un’angoscia infinita, perché ho capito che chi mi stava mettendo di fronte a tutto ciò stava in realtà ponendo violentemente in questione la mia persona, alludeva a qualcosa che mi riguardava, mi minacciava e ho avuto bisogno di chiedere aiuto a qualcuno che – essendo un rappresentante delle forze dell’ordine – avrebbe dovuto proteggermi”.

Sono due giri di parole che forniscono una scenografia – un senso – completamente diverso delle stesse identiche parole pronunciate da quell’uomo. È quello che si chiama interpretare ciò che viene detto; interpretare è collocare una fila di parole in relazione a uno scenario immaginario, concernente cioè la rappresentazione che si dà della realtà in quel momento. In realtà, interpretiamo molto più spesso di quanto crediamo, perché frequentemente ciò che udiamo è solo apparentemente evidente e univoco.  Allora, si vede che la fila di parole pronunciata in questo caso – Cristo con la mia faccia, polpo d’acciaio, minaccia – funziona come un cardine sul quale ruotano diverse rappresentazioni della realtà fino a collocarsi davanti ai nostri occhi, mentre le altre sfilano fuori vista; infatti, non è detto che siano due, possono essere diecimila.

E qui sta la questione; per collocarsi in questo punto di osservazione, dal quale si assiste al ruotare di una realtà-giostra che si mostra vorticosamente con un cavallino dondolante, una carrozza, un drago e via via velocemente una mongolfiera, una barca, un’automobilina ecc. ecc…. ci vuole una speciale disposizione d’animo. L’angoscia derivante dalla vertigine in cui si è presi non ha niente a che fare con il piacere, mentre il normale funzionamento immaginario richiede, o meglio spera, che si possa fermare la giostra e capirci qualcosa. Tutti coloro che hanno avuto una parte in questa storia- vera, non l’ho inventata – soffrivano particolarmente di vertigini, diciamo così, e non amavano esperire la mutevolezza del senso. Questo fatto, che quando qualcuno parla non dice solo quello che dice, ma dice anche dell’altro, è una cosa che terrorizza.

La vorrei chiamare vacillazione del significante; il significante, cioè la parola, non vuol dire niente e assume un significato solo a posteriori, quando ci passa davanti la barchetta e diciamo: “è una barchetta”. In effetti, non ci possiamo attaccare a niente, perché un attimo dopo è un cavalluccio marino. Ciò che al primo vorticoso giro ci appare come un attaccabrighe indisponente, al secondo si rivela essere, anche, un poveraccio preso in un delirio da cui non può venir fuori.

Questa impossibilità di collocare la parola in un rapporto saldo con il reale costituisce il soggetto umano come privo di fondamenta; che è proprio l’horribile visu verso il quale si può assumere quell’atteggiamento radicalmente evitante che può far accadere una cosa come quella che ho raccontato.

A proposito della valutazione della capacità d’intendere e di volere, vorrei allora introdurre un concetto che, spero, sia un po’ rivoluzionario; è il concetto di capacità d’intendere (e di volere) del periziante, da considerare prima della capacità di intendere (e di volere) del periziato, ovviamente.

Dall’esempio che ho portato si comprende come il periziante possa essere considerato capace di intendere (e di volere) solo se sa qualcosa della vacillazione del significante, altrimenti non è davvero nelle condizioni d’ascolto sufficienti per sapere qualcosa del soggetto che ha davanti e che deve periziare.

L’esperienza della perizia psichiatrica comune, invece, ci offre che cosa? Ci offre una valutazione della capacità di intendere e di volere che cerca di aggrapparsi miseramente a considerazioni oggettive e scientificheggianti; ad esempio, ci si può imbattere nella considerazione che il tale o la tale si trovavano in condizioni emotive così turbate da far “grandemente scemare la capacità di intendere (o di volere)”. Ma quanto ciò sia fuori luogo e irrisorio, come argomentazione, è mostrato proprio dall’esempio che ho riportato; il soggetto di cui sto parlando era d’umore non alterato, sostanzialmente calmo, parlava con espressione appropriate ed era “orientato nel tempo e nello spazio”; cionondimeno, era totalmente incapace d’intendere e di volere.

 

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Anno 2009-2010

Le formazioni dell’inconscio

(da Venerdì 13 Novembre h.17.15)

 

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Anno 2008-2009
(il seminario si terrà il primo e terzo Venerdì del mese a partire da Ottobre)

 

La depressione

 

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Anno 2007-2008

(il seminario inizierà Venerdì 26 Ottobre 2007 alle ore 17.30)
 

Fenomeni dell'impossibile.

L'arte, la droga, le sette sataniche

 

 

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Anno 2006-2007
(il seminario inizierà Mercoledì 25 Ottobre alle ore 17.30)

 

LA PERVERSIONE

 

Scritti freudiani e "Kant con Sade" di J. Lacan

 

 

 

 

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Anno 2005-2006 (il seminario inizierà il 2 novembre 2005 alle ore 20.00)

           
       
L’omicida seriale – definizione e struttura – osservazione e trattamento in carcere.
 

Il seminario, a differenza dagli anni precedenti, riguarderà si la teoria,
ma con un riferimento diretto all'attività pratica dello psicoanalista nelle istituzioni.

A partire dall'esperienza dell'attività di psicologo in carcere, si lavorerà sul concetto di serial killer;
si esamineranno alcuni casi molto noti e si cercheranno i rapporti del sintomo
dell'omicidio seriale con la struttura.

 

Commento al caso di Luigi Chiatti 

Luigi Chiatti, soprannominato il “mostro di Foligno”, è nato a Narni il 27 Febbraio 1968. Si è reso protagonista dell’omicidio di Simone Allegretti, un bimbo di 4 anni, ucciso per strangolamento il 4 Ottobre del 1992, e di Lorenzo Paolucci, di tredici anni, ucciso con ferite da armi da taglio (un coltello, un forchettone) il 7 Agosto 1993. Condannato a trent’anni di reclusione dalla Corte d’Assise d’Appello di Perugia, è attualmente detenuto in un carcere della Toscana.    

La lunghissima requisitoria, gli interrogatori, le numerose perizie psichiatriche svolte sull’imputato, hanno portato la giustizia a concludere il processo con una sentenza di colpevolezza. Certamente non appare esservi segno di struttura psicotica, nelle vicende omicide di Luigi Chiatti, essendo egli pur tuttavia individuo portatore di “disturbi” psichici non meglio identificati ma di una certa gravità. I diversi periti psichiatrici, tra i quali Galliani, Fornari, Vittorino Andreoli, nonché il noto psicologo criminale dell’FBI George B. Palermo (interpellato dagli stessi difensori di Chiatti), hanno tutti concluso con i medesimi risultati le loro indagini: la mancanza di una vera infermità mentale, nonostante i disturbi psico-affettivi di notevole gravità dell’imputato, potendo quindi considerare l’omicida in grado di intendere e di volere al momento dei fatti.

Le caratteristiche dei due omicidi presentano tratti simili, così come simili sembrano i “moventi”: Chiatti aveva in testa un disegno fantastico nei riguardi dei bambini o dei giovinetti, verso i quali provava una certa attrazione sessuale, e nei confronti dei quali provava il desiderio di identificarsi. Nel momento in cui qualcosa sfugge al controllo della suo volontà e sembra svanire l’illusione che egli insegue, qualcosa, come Chiatti stesso afferma, improvvisamente lo spinge ad aggredire i due bambini con il desiderio di ucciderli. Nel caso di Simone è la reazione spaventata del bambino, per niente divertito dalle attenzioni sessuali rivoltegli da Chiatti, a sottrarsi alla fantasia di godimento oggettuale messa in campo dall’omicida, che provoca lo scatenarsi di un misto di vergogna, fastidio e l’aggressione letale che ne consegue. Nel caso di Lorenzo invece, è un pensiero frustrante, che impedisce l’identificazione con il ragazzino, a fomentare l’ira omicida dell’assassino. Chiatti da anni meditava di trovare un bambino e di rapirlo, di portarlo a vivere con sé come se fosse stato “suo”, di possedere sessualmente dei bambini, gli unici individui verso cui egli provasse attrazione perché portatori di una qualche “purezza”. L’utilizzo di bambini quali oggetti sessuali ci riporta all’episodio forse più significativo raccontato dal Chiatti durante le perizie subite e collocato nell’infanzia, il primo e unico ricordo nitido del periodo passato nel Brefotrofio di Narni: il giorno in cui la madre adottiva (che cambiò il nome del bambino da Antonio Rossi in Luigi Chiatti all’età di 6 anni) lo indicò con il dito per sceglierlo quale proprio figlio. Egli è l’oggetto del desiderio della madre, come espresso in questa corrispondenza senza parole. Ciò caratterizza anche la struttura perversa di altri assassini seriali (come ad esempio Stevanin, il quale ricorda come i suoi genitori non desiderassero semplicemente avere un bambino, ma desiderassero "proprio lui"), che come Chiatti reagiscono con estrema violenza ad ogni frustrazione incontrata nel perseguimento del godimento, o semplicemente di fronte al rifiuto altrui di prestarsi a essere oggettivato. Come per Pacciani (resosi più volte protagonista di violenze carnali sui famigliari, nonché sul complice e amico Lotti) e per Bilancia (l’uccisione dei cambia valute e del benzinaio), anche per Chiatti non può esservi un limite alla realizzazione del proprio progetto di godimento: nel caso in cui l’ostacolo sia rappresentato da un’altra persona non fa differenza, perché l’altro soggetto è solamente un ostacolo al compimento assolutamente concreto cui essi aspirano. Da ciò scaturisce la freddezza che caratterizza i resoconti degli assassini seriali come il Chiatti, nelle descrizioni dei quali vengono meticolosamente ricostruiti i fatti, gli aspetti tecnici, le questioni razionali implicate nelle diverse situazioni, senza che vi sia mai traccia della presenza dell’altro in quanto portatore di una soggettività, quindi di un limite verso il quale la pretesa di uso, di oggettivizzazione della realtà, non può che arrestarsi. Nel caso di Chiatti possiamo anche osservare la presenza di una autoreferenzialità molto spiccata, osservabile nei due messaggi lasciati alla Polizia dopo il primo omicidio e nel continuo desiderio di attrarre l’attenzione verso di sé, sia durante le perizie che durante il processo, lamentando continuamente la mancanza di attenzione da parte degli altri, che viene fatta risalire all’infanzia anaffettiva trascorsa coi genitori adottivi; Chiatti inoltre si dichiara per nulla cattivo o aggressivo, ma anzi bisognoso di cure e attenzioni che in qualche modo qualcuno dovrà riservargli.

 E’ certamente sorprendente, perlomeno dal mio punto di vista, osservare come le numerose indagini psichiatriche svolte, corredate da numerosi test psicometrici, abbiano prodotto una grandissima quantità di elementi descrittivi psicologici “letterari”, nei quali ciascuno di noi potrebbe almeno in parte identificarsi (“disturbo narcisistico di personalità”, “personalità egocentrica”, “personalità borderline”, “narcisismo buono e cattivo”, “mostro dentro di lui e fuori di lui”, "vi sono in lui rabbia e risentimento, se viene abbandonato o rifiutato o comunque non accettato dalle altre persone, che egli, a quel punto degrada da persone a cose", ecc., ecc.) , ma nessuna vera descrizione diagnostica e prognostica. L’unico studioso che azzarda qualcosa del genere è G. B. Palermo dell’FBI: il criminologo americano ritiene che l'imputato sia seminfermo di mente, parlando a proposito di borderline personality; il periziando non è dunque, secondo il criminologo, sano di mente: "è estremamente lucido, ma in realtà si tratta di una persona che ha una specie di cancro nella psiche. E non credo che sia in nessun modo recuperabile", lo considera un serial killer vero e proprio, ritenendo estremamente pericoloso un progetto per rimetterlo in libertà in quanto, secondo il criminologo, egli continuerebbe inevitabilmente a uccidere. Sebbene non vi sia chiarezza nella diagnosi di Palermo egli ritiene che Chiatti sia un individuo malato, non completamente in grado di osservare la realtà con gli occhi di una persona comune, ma tuttavia, seppur fortemente condizionato da impulsi coatti,  non sia possibile ritenerlo incapace di intendere e di volere. Tutto questo descritto con innumerevoli termini psichiatrici: “…il periziando soffre di una sindrome borderline di tipo prepsicotico con forti elementi ossessivi compulsivi, pedofilici, ma di natura basicamente infantile e dunque di una sindrome seria, perché essa può sfociare sia in una forma paranoidea orribile, sia in una forma depressiva con idee suicide o omicide, sia in una forma schizofrenica, che magari si presenta con manifestazioni falsamente nevrotiche…". Da un punto di vista prognostico Palermo afferma che “un trattamento psicoterapico e farmacoterapico solo in teoria potrebbe guarire Luigi Chiatti. Dovrebbe stare sotto cura per vent'anni, con psicoterapia di gruppo quasi quotidiana, e forse non basterebbe… la cosa migliore sarebbe quella di continuare a farlo vivere in un luogo dove il giovane sia protetto anzitutto da se stesso, perché è estremamente probabile che il suo comportamento aggressivo non si plachi con l'età e che possa tornare ad uccidere una volta libero… uccidere dà a questi soggetti un orgasmo psichico, che altrimenti non raggiungono. Un piacere che dura pochi minuti e il cui effetto, come quello della droga, deve essere ripetuto. Più il "mostro" ha successo, più torna ad uccidere anche se a volte può passare molto tempo fra un delitto e l'altro".

La riflessione di George B. Palermo configura di fatto la serialità nell’uccidere di Chiatti, non chiarendone tuttavia le cause. Appellandoci invece al concetto di “struttura” diventa  possibile rilevare come la “serialità”, ossia il costante ripetersi nel tempo di comportamenti derivanti da stati mentali con le medesime caratteristiche, abbia bisogno, per essere identificata, di venire innanzitutto riconosciuta: il progetto di raggiungimento del godimento nella perversione manifesta appunto le suddette caratteristiche, ignorando in maniera completa quella “moralità” e “legge” simboli di controllo, che rendono così sconcertanti le modalità degli omicidi e le posizioni degli assassini stessi nei confronti dei reati commessi. Quello che è in gioco è l’assenza di un limite, la mancanza totale della percezione di  una soggettività, che emergerebbe quale frattura, crollo della fantasia onnipotente di godimento totale. La soggettività dell’altro, limite in quanto reale che sfugge alle pretese di godimento, è anche all’interno di sé la presenza della ferita, della separazione percepita e in misura maggiore o minore accettata dall’individuo, segno del limite inevitabile imposto dal Reale. E’ quindi pressoché assente il lavoro di queste funzioni nelle personalità come quella di Luigi Chiatti. Tuttavia quel che è più sorprendente è la mancanza di accettazione dello stesso reale, sfuggente all’assimilazione, che osserviamo negli sforzi dei periti psichiatrici: essi non riescono ad accettare la diversità strutturale dell’imputato, continuando di conseguenza a produrre tentativi di inglobamento di quella personalità così inconcepibilmente “diversa” dagli schemi diagnostici in loro possesso. Ciò produce interminabili descrizioni di psicologia letteraria, invece di ragioni che spiegherebbero il funzionamento di tali strutture, cosa certamente più utile per un futuro nelle indagini della polizia e per valutazioni prognostiche attendibili nei confronti degli stessi condannati.

  Carlo Troiano

 

 

            Nelle scorse edizioni dei Seminarisono stati letti e commentati:  

            Anno 2002-2003

·         Il seminario su “La lettera rubata” di E. A. Poe, J. Lacan

·         Al di là del principio di piacere 1920, S. Freud

  Anno 2003-2004

·         La negazione (die Verneinung) 1925, S. Freud

·         Commento parlato sulla Verneinug di Freud, Jean Hyppolite

·         Introduzione al commento di Jean Hyppolite sulla Verneinung di Freud,
 J. Lacan

·         Risposta al commmento di Jean Hyppolite sulla Verneinung di Freud,
 J. Lacan

                Anno 2004-2005    

 

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Seminario  su

S. FREUD, La negazione (1925)
dalla lettura del 22 – 10 – 2003    

Freud inizia il suo scritto facendo degli esempi precisi.

Nel primo esempio “ora lei penserà che io voglia dire qualcosa di offensivo, ma in realtà non ho questa intenzione” l’intenzione di dire qualcosa di offensivo è venuta fuori, qualcosa potrebbe essere dentro il con un’intenzione offensiva. Quindi la Negazione è qualcosa che si rivolge nei confronti di un contenuto "altro" che in qualche modo è emerso. Infatti in quel momento non è così gratuito che l'interlocutore dica qualcosa di offensivo, poiché da qualche parte in lui era presente quest’idea.

Freud sostiene che questo processo avviene mediante la proiezione: nell'emergere verso la coscienza, l’idea con contenuto offensivo viene inserito nel contesto della relazione fra il soggetto e l’analista, proprio per questo vi è l’allarme per le conseguenze dell’offesa, ed è a questo punto che il pensiero vira verso l'immagine "lui pensa che io lo voglia offendere": si tratta della proiezione. Per la relazione immaginaria che c’è tra i due si mira, infatti, a togliere l’aggressività per mantenere un rispecchiamento armonioso funzionante, e proprio per questo si inserisce la Negazione.

Nel secondo esempio “lei domanda chi possa essere questa persona del sogno. Non è mia madre” non è scontata l’affermazione, anche in questo caso qualcosa sorge e viene messo nel campo della Negazione.
Nelle situazioni in cui c’è un movimento della coscienza finalizzato a capire qualcosa, esso va compreso nella dinamica intrapsichica e non in quella interpersonale. Nella dimensione interpersonale va fuori campo l’incoscio, lì si struttura la difesa in analisi, che è la dimensione immaginaria della relazione tra i due. Il contenuto diventa “io sono preoccupato che tu possa pensare che è stata mia madre”. Nella dimensione intrapsichica, la Negazione è rivolta ad un’altra istanza psichica dello stesso soggetto, cioè verso l’affermazione “è mia madre”. Questa è la dimensione dell’inconscio, una lotta interna tra istanze in contrasto tra loro.

Portare il discorso sull’interpersonale è distruttivo per l’analisi, perché l’analista viene tolto dalla sua posizione, che è quella di far sì che diventi possibile per il soggetto dell’inconscio parlare e trovarsi; altrimenti l’analista diventa una sorta di stupido persecutore. La fiducia stessa nell’analista fa parte dell’immaginario, del transfert. La posizione dell’analista è quella di un contenitore che rende possibile che sia fatto qualcos’altro; quello che l’analista dice va a risuonare sulla verità interna dell’inconscio, qualcosa viene a parlare della verità. Sul piano simbolico, al posto della fiducia, sta quindi la risonanza sulla verità dell’inconscio. Come afferma Freud, l’ossessivo usa la conoscenza dei meccanismi che ha appreso per negare in modo solamente più complicato; sa che ciò che è vero per l’inconscio è rimosso, e quindi non può emergere, e usa questo meccanismo per sostenere che la cosa che gli è venuta in mente non può essere vera o non sarebbe venuta fuori.  
Quello che viene negato è il contenuto rimosso di una rappresentazione, in cui compare una revoca del rimosso, ma non la sua accettazione: la funzione intellettuale si scinde dal processo affettivo. 

La rimozione
: La pulsione viaggia nella direzione della coscienza per cercare la soddisfazione, mette in funzione l’apparato motorio per ottenere l’oggetto desiderato. In questo movimento verso la coscienza le pulsioni si scontrano con quello che si è strutturato come Io, il quale è turbato da determinati moti pulsionali in conflitto tra loro (che nella prima teoria erano le pulsioni di autoconservazione). Per proteggersi dal turbamento, prima del Preconscio si forma la barriera della rimozione con un controinvestimento. Infatti la pulsione ha una sua energia con cui spinge in una direzione e per fermarla è necessario che la barriera sia tenuta dall’altra parte con un controinvestimento, cioè con un’energia proveniente da un’altra zona della psiche.  
La pulsione è strutturata da un desiderio di scarica, ma siccome per scaricarsi deve fare determinate cose nella realtà, è connessa a delle rappresentazioni; ad esempio la pulsione orale è collegata alla rappresentazione del cibo, al desiderio di mangiare.  
La pulsione ha quindi una parte energetica e una rappresentativa. La barriera della rimozione blocca entrambe, impedendo alla rappresentazione di arrivare al conscio, cosa che metterebbe in campo anche la questione della pulsione. A questo punto la pulsione può arrivare al conscio solo in un modo completamente indecifrabile rispetto alla sua origine, ad esempio una angoscia indeterminata.  
La Negazione è una revoca di una parte della rimozione senza l’accettazione del rimosso, per questo la rappresentazione, cioè il contenuto, arriva al conscio in forma negata, e la questione della pulsione è messa in campo. Quello che rimane rimosso è l’energia pulsionale.

La pulsione si collega a una rappresentazione che si ramifica a una serie molto grande di connessioni associative, l’effetto della rimozione è di precludere la strada proprio alle catene associative e man mano che dai punti più periferici, e quindi meno preoccupanti dal punto di vista della difesa dell’Io, ci avviciniamo verso il centro, aumenta la resistenza dovuta alla rimozione, cioè la barriera di controinvestimento spinge maggiormente nella direzione opposta. Un’alternativa alla Negazione è la piena accettazione intellettuale del contenuto rimosso, ma non per questo la rimozione è stata tolta. Quello che sul piano dinamico è la rimozione, sul piano intellettuale è la Negazione.
Qualcos
a di rimosso appare alla coscienza come negato, condannato: se avessimo una situazione in cui tutte le catene associative fossero bloccate dalla rimozione, il funzionamento intellettivo sarebbe idiota, non sarebbe possibile l’intelligenza, perché le connessioni di pensiero non potrebbero funzionare, e così anche i processi associativi. Tutto sarebbe bloccato da barriere che impedirebbero il fluire. La Negazione permette il movimento dei contenuti, pur rimanendo ferma la rimozione, permette cioè al pensiero di funzionare. In psicanalisi la Negazione, che svincola i contenuti rappresentazionali rimossi, può dirsi la nascita dell’intelligenza, il suo fondamento psicanalitico.

     Milena Albani   Serena Benacchio   Rosita Leonini

 

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Seminario  su

S. FREUD, La negazione (1925)
dalla lettura del 19 – 11 – 2003   

“La funzione del giudizio ha in sostanza due decisioni da prendere”.

Queste due decisioni si riferiscono rispettivamente al Principio di Piacere - “concedere o rifiutare una qualità a una cosa” - e al Principio di Realtà - “accordare o contestare l’esistenza nella realtà a una rappresentazione” -. Questo ci ricorda il rapporto che ha il bambino con il seno materno, che Freud sviluppa in “Progetto di una psicologia”; poiché il bambino brama il seno, che soddisfa la pulsione orale e apprende che quando è presente come percezione arriva il momento della soddisfazione, l’immagine del seno è collegata al soddisfacimento del bisogno. 
Secondo Freud, inizialmente, accade che il bambino debba risolvere la questione della dipendenza dal seno materno, che rappresenta un problema perché l’oggetto non è sempre presente. Infatti, quando sorge il bisogno di mangiare, il bambino viene messo in una condizione di eccitazione, di dispiacere, e cerca quindi quell’abbassamento della tensione, che è il piacere.

“Le rappresentazioni derivano da percezioni, sono ripetizioni di esse. In origine dunque l’esistenza della rappresentazione è essa stessa una garanzia della realtà del rappresentato”. Finchè  non ha incontrato il seno, il bambino non sa nulla della sua esistenza; nel momento in cui si presenta a lui come esperienza reale percettiva, allora ha la rappresentazione del seno.

“Il contrasto fra soggettivo e oggettivo non esiste sin dall’inizio” appunto perché l’immagine mnestica del seno può derivare solo dal fatto che in qualche modo sia prima apparso nel reale.

Nei momenti in cui il seno non è presente, la questione viene risolta “allucinando” il seno, ritrovando la traccia mnestica che il bambino ha appreso essere la fonte del soddisfacimento. Al posto dell’immagine del seno che viene dalla percezione visiva (e  presente nella realtà esterna), che da luogo alla reale soddisfazione, quello che è rimasto come immagine memorizzata, fa il percorso inverso innervando l’organo visivo e presentandosi in modo allucinatorio. Il bambino non cerca nel reale qualcosa che si è inventato, ma il soggetto ha trovato nel reale un oggetto di soddisfacimento, ne immagazzina la rappresentazione e dopo, con un richiamo al reale (l'allucinazione), ha lo scopo di ritrovarlo. Questo è un tentativo rudimentale del bambino di fare apparire il seno, per cercare una soddisfazione che nella realtà non avviene. E’ il principio di piacere: fare in modo che le cose corrispondano a ciò che procura piacere.

E’ qui che il Principio di Piacere incontra la necessità dell’instaurarsi del Principio di Realtà: se il seno non è reale, non c’è soddisfazione della pulsione orale. Per il bambino diventa importante distinguere la situazione in cui il seno è allucinato o invece realmente presente.

Compare una questione di dentro e di fuori che è strutturata su due diversi livelli:

-          un primo livello, quello del principio di piacere, che Freud  chiama “giudizio di attribuzione”, in cui un determinato oggetto ha un valore che può essere positivo o negativo, “questo lo voglio mangiare o lo voglio sputare”, è buono o cattivo, lo voglio introiettare o lo voglio espellere fuori da me, e quindi è un giudizio legato al soddisfacimento o alla frustrazione.

-          un secondo livello, legato al principio di realtà, che Freud chiama “esame di realtà”, o giudizio di realtà, che è quello del poter riconoscere qualcosa come esistente effettivamente nel reale esterno, o come qualcosa di rappresentato. È o non è, esiste o non esiste.

Questa è una distinzione importante da fissare perché è qualcosa che permetterà, a proposito di Lacan, di introdurre i tre registri: simbolico, immaginario e reale.

Esiste un primo confine in cui qualcosa è o non è. Ciò che non è coincide con il reale, l'oggetto "a" di Lacan, quello che non può essere in nessun modo conosciuto, né simbolizzato. Questo primo confine coincide con l’esame di realtà, un operazione non cosciente. Freud usa il giudizio di attribuzione dell’esistenza come i concetti usati dai filosofi, per cui un io pensante, consapevole, compie un’operazione riguardo a un oggetto stabilendo se è o non è esistente; una volta che qualcosa è considerato come esistente gli può conferire degli attributi. Similmente nella filosofia scolastica, una materia priva di attributi ha solo la caratteristica di supporto di un esistente; a questa materia, a seconda delle varie forme si agganciavano gli attributi, delineandola come vivente o non vivente. Dal punto di vista analitico, invece, ciò va considerato al di fuori di un io pensante, che decide di porsi un problema di esistenza o di attribuzione, e all’interno di una psiche, che nella sua strutturazione ammette o non ammette dentro di se l’esistenza di qualcosa. Per cui,  nel suo universo simbolico, nella sua simbolizzazione del mondo, qualcosa è ammesso o non ammesso: se è ammesso come esistente fa parte dell’universo simbolico, a disposizione delle catene associative; se non è ammesso come esistente non c’è, non può essere utilizzato, è un elemento che manca, è un vuoto lasciato nell'universo del simbolico
C’è un secondo confine: questo è esistente, è buono o è cattivo: Una volta che nel contenitore dell’esistente sono state inserite un certo numero di rappresentazioni, da esso l’io può prendere ciòche è buono ed espellere ciò che non è gradito, è lì che avviene la rimozione, perché nella sua posizione narcisistica l’io accetta che sia presente dentro di se solo ciò che per la sua funzione di giudizio attributivo è bene. Quelle cose che invece aumentano l’eccitamento, provocando dispiacere, vengono rimosse dall’io. Questo non significa che l’io possa escluderle dal contenitore delle rappresentazioni esistenti, ma le confina nell’inconscio.

-          Quello che è esistente perché rappresentabile, ma ritenuto inaccettabile, è l’inconscio rimosso, qualcosa che ha avuto accesso alla simbolizzazione; ma l’io non lo tollera come facente parte di sé, e quindi lo espelle confinandolo nell’inconscio, che è il luogo di ciò che è, ma è rimosso.

-          Ciò che è ed è buono, è ciò che ha accesso alla coscienza, quello che è contenuto tra i due confini.

Tuttavia questa divisione non è stata operata dall’io ma dal soggetto dell’inconscio.

Abbiamo una percezione di noi stessi unificata come io cosciente, e quindi come soggetto della coscienza, come io immaginario (Lacan), che agisce sulla base del principio narcisistico (lo mangio, lo sputo, quello che fa la rimozione).

Invece, nel registro dell’inconscio, vi è il soggetto dell’inconscio, situato nel simbolico e non nell’immaginario; è il soggetto di ciò che è, e non di ciò che piace. Nel momento in cui si struttura, attraverso la simbolizzazione/significazione del mondo con l’esperienza percettiva, tutto ciò che viene simbolizzato forma ne la realtà, il quale ammette nell’esistenza una serie di oggetti rappresentabili e ne esclude altri. Quello che viene ammesso come esistente è l’inconscio; quello che non viene ammesso come esistente, nel momento in cui si affaccia, viene “forcluso” (Lacan), rimane fuori, viene respinto, rimane nel non essere. Quindi, ciò che viene forcluso è diverso da ciò che viene rimosso.

-          La soglia della nevrosi è nel secondo confine, ciò che è buono o ciò che è cattivo, tra io e inconscio, quindi tra immaginario e simbolico. La negazione può esercitarsi solo su qualcosa che è stato simbolizzato. 

-          La psicosi parte dalla mancanza del soggetto dell’inconscio, infatti la soglia della psicosi si trova nel primo confine, ciò che è o non è, fra l’inconscio e il reale, il confine della forclusione (Lacan). Nella strutturazione del soggetto dell’inconscio, quello che viene dalla realtà viene simbolizzato, nella psicosi, a  qualcosa che arriva (che è qualcosa di importante), non viene concessa la simbolizzazione, e quindi lì c’è un buco nel simbolico. Nella trama del simbolico c’è uno strappo, siamo nel buco nero della possibillità del delirio e dell'allucinazione. In questa fase formativa del sorgere del simbolico qualcosa non è, e una volta che la rete del simbolico è costruita, non è possibile ripararla. Si può ad esempio fare un parallelo con la mielinizzazione delle fibre nervose, per cui o una persona impara a parlare tra 2 e 12 anni o non impara più.

Al giorno d’oggi ci sono molte dimensione classificate come psicotiche, ad esempio la tossicodipendenza, dove c’è una sostanza reale che va a tappare un buco; ci sono tossicodipendenti che non sono adattati e altri che si reggono su questa dipendenza, come i cocainomani, perfettamente adattati.

 Infatti il disagio psichico sorge dall’interazione tra la struttura soggettiva e la dimensione ambientale in cui ognuno è calato; ci possono essere strutture psichiche sane, che si trovano in contesti malati, per cui stanno male o strutture psichiche malate che si trovano in contesti malati e stanno bene.

“Si riconosce comunque come condizione necessaria per l’instaurarsi dell’esame di realtà il fatto che siano andati perduti degli oggetti che in passato avevano portato a un soddisfacimento reale”. Altrimenti se l’oggetto che ha provocato soddisfacimento non è andato perduto, non c’è la possibilità di simbolizzarlo. Nella realtà è possibile che l’oggetto non vada perduto, ma bisogna vedere se al soggetto viene permesso di sperimentare la perdita, ad esempio dalle figure genitoriali, che possono non consentirlo se iperprotettive.

 C’è una differenza tra un nevrotico e uno psicotico, che dicono “mi manca qualche cosa”.

-          per il nevrotico la mancanza di un oggetto è simbolizzata, ha un senso, implica che la questione della mancanza dell’oggetto è presa in una rete di significazioni, qualcosa che da ragione di ciò che sta accadendo, e che fa si che quell’oggetto sia preso sempre in una certa parzialità. Per cui può essere ad esempio sostituito, basta che la simbolizzazione che porta sia comunque la stessa, e quindi una simbolizzazione che soddisfa il desiderio soggettivo.

-          per lo psicotico, ad esempio nel caso della sostanza, non c’è una simbolizzazione attraverso la quale questa ha significato per lui in un registro simbolico: la sostanza ha significato direttamente su un piano reale perché procura una serie di conseguenze somatiche/biologiche. La sostanza interviene sul reale così come l’allucinazione: la differenza tra il rappresentarsi qualche cosa e l’allucinazione sta nel fatto che il soggetto ha una percezione ben diversa quando si rappresenta qualche cosa da quando l’allucina. Quando la rappresenta sa che sta elaborando col suo pensiero quell’oggetto, che quell’oggetto non è presente, che quello che sta elaborando è una rappresentazione, cioè è un trasportare la questione su un piano di simbolizzazione, proprio perché non c’è l’oggetto. Quando c’è un’allucinazione percettiva, è dal reale che viene percepita, e si percepisce come reale, e non come un pensiero che il soggetto sta elaborando, è come la sostanza che proviene dal reale, come assolutamente vera.  Lo psicotico ha una struttura differente, per lui è possibile l’accesso a qualcosa che proviene dal reale; anche per il nevrotico questa esperienza è possibile, egli può avere un’esperienza allucinatoria o di delirio, esperienze di qualcosa che viene dal reale (possibilità temporanea); egli però è fondamentalmente nella dimensione della rimozione. 

            Milena Albani   Serena Benacchio   Rosita Leonini

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Seminario  su

S. FREUD, La negazione (1925)
dalla lettura del 19 – 11 – 2003 

Freud tratta alcuni aspetti peculiari del meccanismo della negazione a partire dalla genesi nella struttura psichica della facoltà di giudizio. E’ necessario a questo proposito distinguere due fasi nella formazione della facoltà di giudicare: la prima nella quale l’individuo si percepisce ancora come non separato dal Reale e nella quale vigono le leggi del Principio di Piacere; la seconda in cui il Principio di Piacere viene affiancato dal Principio di Realtà, determinando la possibilità di un esame di realtà per le rappresentazioni psichiche. Nella prima fase, quella in cui vige esclusivamente la dimensione del P. d. P., ciò che viene percepito come piacevole viene a far parte dell’unica realtà omogenea e totale nella quale l’individuo è inizialmente collocato. Al contrario, ciò che viene percepito come spiacevole viene completamente rigettato. Evidentemente ci troviamo in una fase in cui l’individuo è sostanzialmente rappresentato da un Io-Piacere, ossia un’unità scarsamente differenziata e funzionante sulla base delle proprie percezioni (regolate sul P. d. P.). Successivamente (a causa del fatto che un funzionamento basato esclusivamente sul P. d. P. risulta pericoloso per l’economia del soggetto) è il confronto con la realtà a determinare un cambiamento decisivo. Attraverso una distinzione tra soggetto e oggetto, tra dentro e fuori, tra rappresentato e rappresentante (e implicitamente tra la rappresentazione e ciò che essa  intenderebbe rappresentare), vi è una prima percezione della separazione. Si tratta in effetti della distinzione tra ciò che il sistema psichico mette in campo per difendersi dalle percezioni spiacevoli (quale per esempio l’allucinazione del seno della madre), e ciò che effettivamente viene avvertito nel Reale. Freud afferma che il suddetto esame di realtà, una volta messo in funzione, consentirebbe all’individuo di poter usare l’oggetto nel Reale per i propri bisogni. Infatti il funzionamento dell’individuo alla presenza del P. d. R. mira ugualmente a un soddisfacimento pulsionale. Tuttavia il P. d. R. “esige e ottiene il rinvio del soddisfacimento […] e la temporanea tolleranza del dispiacere sul lungo e tortuoso cammino che porta al piacere[1][1].  Possiamo quindi affermare che l’accoglimento della distinzione tra rappresentazione del pensiero e oggetto del reale (tra cui, in un funzionamento psichico nevrotico, esiste una frattura strutturale) significa accogliere la presenza del limite o della mancanza che dal confronto col Reale proviene. La presenza del P. d. R. fa sì che l’individuo debba, per poter ottenere un soddisfacimento, attendere nella sospensione, nella mancanza dell’oggetto desiderato che si configura quindi strutturalmente quale oggetto – perduto. La distinzione tra rappresentazione dell’oggetto desiderato e oggetto del Reale diventa quindi caratteristica di ogni rappresentazione: è il limite invalicabile che separa linguaggio e Reale e che permette che qualcosa, nello spazio psichico, venga propriamente rappresentato.
Sorge, conseguentemente a questa riflessione, una possibile distinzione tra struttura psichica nevrotica e psicotica. Ciò che caratterizza una struttura psichica psicotica, rispetto a quella nevrotica, ha a che fare con un certo esito che il confronto portato dall’instaurazione del P. d. R. può avere all’interno della psiche. Se, infatti, l’accoglimento della distinzione tra rappresentazione e Reale non può, per le più svariate cause, avvenire, ci troviamo di fronte alla mancata nascita della frattura linguistica che consente alla facoltà di rappresentare, ossia al linguaggio, di funzionare. Questo significa la perdita della possibilità di trasferire attraverso una rappresentazione una molteplicità di significati.
Essa infatti rimane ancorata alla realtà, cioè percepita come proveniente dal Reale e non è possibile sospendere un funzionamento privo dello spazio nel quale i simboli possono significare “qualcosa” e non solamente “quella cosa” (l’oggetto presente nel Reale). Si tratta della struttura psicotica, dove non è possibile mettere in discussione il significato della rappresentazione che, non essendo distinta dal Reale, si configura come una semplice portatrice di una verità percettiva indiscutibile proveniente da quello stesso luogo. E’, in altre parole, impedita la facoltà che noi consideriamo prevalente del linguaggio, cioè la sua caratteristica pluricomunicativa.
In una struttura di tipo nevrotico è la rimozione che caratterizza l’allontanamento dalla zona dell’Io cosciente di un’energia pulsionale che lo stesso Io aveva in passato avvertito quale pericolo. La negazione è quindi un meccanismo proprio di questo contesto: rappresenta un tipo di resistenza che viene azionata allorquando qualcosa sorge dal luogo del rimosso. L’inconscio non conterrebbe rappresentazioni in forma negativa, quali invece possono essere quelle del linguaggio cosciente. La negazione sta quindi a dimostrare che si è instaurato un funzionamento difensivo verso ciò che era stato rimosso in quanto percepito come spiacevole. E’ perciò possibile caratterizzare un aspetto fondamentale del funzionamento nevrotico, quello per cui “…ogni dispiacere nevrotico ha questa natura: è un piacere che non può essere avvertito come tale”[2][2]. 

Carlo Troiano



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Dalla lettura del
Commento di Jean Hyppolite sulla Verneinung di Freud

del 14 Gennaio 2004

 Hyppolite indaga lo spessore filosofico dell’articolo freudiano. In particolare egli cerca di comprendere la natura complessa di questa dissertazione nella quale Freud utilizza termini che in tedesco sono dotati di uno spettro semantico estremamente ampio e ricco di sfumature.
Lo psichiatra francese prende le mosse della propria interpretazione da una distinzione che egli ritiene fondamentale: quella tra la negazione interna al giudizio e l’atteggiamento della negazione (che al termine del breve saggio Freud descriverà come “caratteristico di certi psicotici”). A causa di questa distinzione Hyppolite ne consegue che, grazie anche a un suggerimento di Lacan, si rende necessario tradurre il termine Verneinung con “denegazione”. Il meccanismo della negazione diventa fondamentale allorquando uno psicoanalista voglia far emergere un contenuto rimosso dal paziente. Indicandolo attraverso una proposizione introdotta dal segno della negazione, il paziente connota la presenza di un elemento o di un’associazione, che si presenta alla coscienza in quella forma proprio a causa del fatto che su di esso è ancora attivo il funzionamento della rimozione. Freud a questo punto introduce, sottolinea Hyppolite, il termine Aufhebung per caratterizzare il rapporto che lega la rimozione e il fenomeno della negazione. La negazione rappresenta una sospensione della rimozione nei riguardi di un contenuto nei confronti del quale, tuttavia, la rimozione è ancora attiva. Ciò significa che la presenza nello strato cosciente della psiche di una rappresentazione contrassegnata dal segno della negazione non conduce direttamente all’eliminazione degli effetti che la rimozione esercita su di essa. Successivamente l’evidenza logica potrà condurre il paziente ad ammettere in forma affermativa quanto contenuto nella rappresentazione precedentemente negata. Questa operazione tuttavia rappresenta, suggerisce Hyppolite, la messa in atto di una regola della logica proposizionale (la cosiddetta legge della “doppia negazione”) e presente nella coscienza per la quale 
~~a = a (dove ~ rappresenta il segno di negazione e a una lettera proposizionale). Ciò delinea secondo Hyppolite l’importantissima affermazione successiva di Freud, per il quale, a questo punto, “l’intellettuale si separa dall’affettivo”. La frattura strutturale tra accettazione intellettuale del contenuto rimosso e non accettazione della presenza delle implicazioni affettive del medesimo contenuto (quale dimostrazione degli effetti della rimozione ancora in atto su di esso) prefigura la successiva riflessione di Hyppolite. Potremmo in effetti situare il fenomeno della negazione all’interno di un percorso trasformativo nel quale l’iniziale “appetito di distruzione” (definito come tale dallo stesso Freud al termine del saggio) perviene a quella che Hyppolite definisce, con la dovuta cautela, come una sorta di “sublimazione”. Intendiamo forse in questo caso una dimensione nella quale l’atteggiamento distruttivo primordiale cessa di essere attivo. Ed esso può cessare di essere attivo nella coscienza soltanto assumendo la forma della negazione di una rappresentazione prima, e della denegazione di questa poi, visto che esso è evidentemente connesso al processo di rimozione che sulla stessa rappresentazione era stato messo in atto. Da queste riflessioni è possibile conseguire un risultato fondamentale: la scissione strutturale tra la dimensione immaginaria (che fonda l’Io cosciente) e quella dell’Inconscio (nella quale i contenuti presenti non obbediscono alle medesime leggi, presenti invece nella coscienza). Infatti, è possibile concludere, l’emergere al livello cosciente di una rappresentazione, veicolante contenuti rimossi, può avvenire solamente e strutturalmente grazie a una funzione dell’intelletto (ed è per questo che Freud considera il fenomeno della negazione come fondamentale nei processi intellettivi, quale fondamento della “facolta interna del giudizio”). Questa funzione è in grado di riposizionare in un diverso contesto ciò che altrimenti risulterebbe inaccettabile a livello immaginario (e che continua, nelle sue implicazioni affettive, a rimanere appunto inaccettabile), considerando in nuce l’istanza di espulsione che sul suddetto contenuto era stata precedentemente esercitata. 

Nella seconda parte dell’esplorazione del testo freudiano Hyppolite si sofferma sulle questioni emergenti, a partire dal fenomeno della negazione, dal confronto con il principio di piacere. Freud formula l’ipotesi che il meccanismo della negazione stia alla base della formazione della facoltà di giudizio e quindi generatore del funzionamento del pensiero. In un individuo, inizialmente privo della percezione – distinzione tra esterno e interno, il giudizio di attribuzione, basato esclusivamente sul principio di piacere, attua un processo di introiezione o espulsione sugli “oggetti percettivi” avvertiti come piacevoli o spiacevoli. Il giudizio di realtà ha invece la caretteristica di consentire ad un contenuto percettivo di poter essere rappresentato. Questa distinzione risulta fondamentale ai fini di comprendere le successive affermazioni di Freud, sia riguardo la distinzione tra l’uguaglianza affermazione – Eros, e la dissimetria della mancata identità tra negazione e pulsione di morte; sia nel precisare ciò che distingue il fenomeno della negazione dall’atteggiamento della negazione. Analizzando il testo originale in tedesco Hyppolite è in grado di scoprire la sottile intenzione di Freud di differenziare il binomio affermazione – Eros da quello negazione – Thanatos. Se l’affermazione è Ersatz della Vereinigung, la negazione è il Nachfolge dell’appetito di distruzione, ciò che viene esercitato per impedire a un contenuto “spiacevole” di poter essere rappresentato. L’analisi testuale permette di spiegare l’effettiva disimmetria descritta da Freud nel considerare i due binomi, Eros – affermazione e Thanatos – negazione: mentre la pulsione di vita si identifica (è equivalente) al procedimento affermativo, per il quale un contenuto veicolato da una rappresentazione è stato introiettato, la pulsione di morte produce, quale effetto, il meccanismo della negazione. A causa di questa “mancata” corrispondenza è possibile descrivere il motivo per cui “l’intellettuale si separa dall’affettivo”, proprio perché la negazione rappresenta una funzione volta a permettere l’emergere di nuovi simboli con le conseguenti catene di significazione. Un’area di significanti può diventare accessibile grazie al fenomeno della negazione, funzione intellettuale che, proprio perché conseguente alla rimozione di contenuti verso cui era stato praticato un tentativo di espulsione, permette che le possibilità associative del pensiero vengano svincolate dal suddetto tentativo.

In ultimo, l’analisi linguistica compiuta da Hyppolite può consentire un ulteriore approfondimento del concetto di “pulsione di morte”. Essa si identifica non, come è già stato spiegato, con la negazione, bensì con l’istanza di espulsione. Non presente in modo primigenio come attribuzione negativa, l’istanza di espulsione rappresenta il tentativo di negare l’esistenza, quindi la stessa possibilità di introiezione, di un contenuto affettivo. Ciò significa che la pulsione di morte quale istanza di espulsione mira a impedire l’intervento della pulsione libidica tendente alla funzione introiettiva: essa è diretta contro la pulsione di vita, che consentirebbe a un “oggetto percettivo” di poter essere rappresentato simbolicamente. E’ quindi comprensibile, alla luce di questa ultima riflessione, comprendere quanto Freud sostiene in conclusione del testo, distinguendo la negazione dal “negativismo” caratteristico di certi psicotici. L’atteggiamento della negazione sarebbe strettamente legato alla pulsione di distruzione, essendo caratterizzato quale opposizione primaria all’introiezione, quindi all’allargamento della significazione simbolica. L’avvicinamento tra pulsione di morte, istanza di espulsione, mancata possibilità di simbolizzazione, conduce alla successiva elaborazione di Lacan del concetto di “forclusione”.

Carlo Troiano

 

 



[1][1] S. FREUD, Aldilà del principio di piacere, (1920), pag. 21

[2][2] S. FREUD, Aldilà del principio di piacere, (1920), pag. 23